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L’astrologia umanistica-psicologica: frammenti di storia, curiosità e filosofia che ne sta alla base

La nascita dell’astrologia umanistica-psicologica può essere collocata all’inizio degli anni 30, sincronicamente alla scoperta di Plutone, pianeta simbolicamente associato alle trasformazioni radicali, ai processi di morte e rinascita, alla metamorfosi, alle profondità della psiche e dell’anima (secondo l’approccio evolutivo di Jeff Green).

Pioniere in questo ambito di studi fu Dane Rudhyar, astrologo eclettico e visionario che per primo riformulò la moderna astrologia integrando nel nuovo paradigma assunti teorici attinenti alla psicologia analitica di Carl Gustav Jung, alla psicosintesi di Roberto Assagioli, alla teosofia, allo yoga, alla filosofia dell’olismo e, a partire dagli anni 60, all’allora nascente terza forza della psicologia, la psicologia umanistica, i cui maggiori esponenti furono Abraham Maslow, Rollo May e Carl Rogers.

Ispirandosi al testo di Carl Rogers “client centered therapy”, Rudhyar sviluppò un’astrologia centrata sulla persona, focalizzata sulla comprensione della natura umana, che aveva come fine ultimo l’obiettivo di aiutare l’individuo ad intraprendere la via dell’autorealizzazione (o dell’individualizzazione, a seconda dei punti di vista).

Carl Jung diede un contributo molto importante alla nascita dell’astrologia moderna, psicologicamente orientata, non solo perché gli assunti teorici della sua psicologia analitica ben si prestavano ad essere integrati con il linguaggio simbolico dell’astrologia, ma anche perché i suoi studi sulla sincronicità fornirono una spiegazione plausibile e scientificamente orientata dei meccanismi sottostanti alle misteriose “influenze astrali”.

Nell’ambito delle sue numerose ricerche umanistiche, il giovane Jung si dedicò allo studio dell’astrologia con spirito scientifico, per verificarne il grado di verità psicologica (come scrisse a Freud), ed arrivò a sostenere che rappresentava “la summa delle conoscenze psicologiche dell’antichità”. Probabilmente l’interesse per i fenomeni sincronici venne stimolato in Jung non solo da particolari eventi che notoriamente si verificarono durante la sua pratica clinica, ma anche dal desiderio di comprendere il motivo per il quale l’astrologia “funzionava”, come egli ebbe modo di constatare.

L’interesse per i fenomeni sincronici spinse Jung ad allacciare contatti molto stretti con due premi nobel per la fisica, Albert Einstein, padre della relatività, e Wolfgang Pauli, uno dei padri della meccanica quantistica. Il primo ad essere contattato, tra il 1909 ed il 1913, fu Einstein che inculcò in Jung il pensiero di una possibile relatività del tempo così come dello spazio, e del loro carattere psichico. Curiosamente Jung e Pauli si conobbero perché quest’ultimo, intorno all’età di 30 anni, in seguito al suicidio della madre e alla rottura del suo matrimonio, ebbe seri problemi depressivi e su consiglio del padre si rivolse a Jung per un trattamento analitico.

Nel 1934 Pauli fece in sogno in cui incontrò un uomo che somigliava ad Einstein che gli disse che la fisica quantistica non era altro che una parte unidimensionale di una realtà molto più profonda. Questo sogno aveva lo scopo di spingerlo ad indagare più a fondo la misteriosa entità che unisce la coscienza alla materia e genera sincronicità tra le due. Grazie alla psicoterapia Pauli si riprese dal suo stato depressivo e allacciò con Jung un sodalizio che avrebbe portato i due studiosi a gettare le basi della fisica della coscienza.

In seguito a questa indagine condotta su due fronti (psicologia del profondo da una parte e fisica quantistica dall’altra) Jung formulò la sua tesi sulla sincronicità psichica che definì come: “la simultaneità di un certo stato psichico con uno o più eventi esterni che paiono significativi della condizione momentaneamente soggettiva”.

In questo contesto è importante sottolineare che sia Jung che Pauli conoscevano l’astrologia; dal carteggio tra i due sappiamo che Jung durante il trattamento analitico chiese a Pauli i suoi dati di nascita, e che qualche anno dopo Pauli incoraggiò Jung ad intraprendere uno studio statistico sull’astrologia che diede risultati interessanti.

Nel 1945 Pauli fu insignito del premio nobel in seguito alla formulazione del suo “Principio di Esclusione” che afferma che due elettroni non possono occupare lo stesso orbitale atomico a meno che non abbiano spin (rotazione) con verso opposto. Questo principio definendo il modo in cui le particelle elementari si dispongono nell’atomo, rende conto del perché l’Universo si sia strutturato nel modo in cui lo possiamo percepire. Siccome alla base del principio di esclusione, che si manifesta come una danza armonica ed intelligente tra opposti a livello subatomico, non c’è un principio causativo, da quel momento il concetto di sincronicità iniziò a farsi strada in fisica.

Il comportamento a-causale che questa misteriosa struttura universale esercita sulle sue particelle fece pensare che essa fosse una sorta di coscienza dell’Universo. Oggi, in base ad una serie di studi condotti da fisici quantistici negli ultimi 50-60 anni, sappiamo che l’Universo è effettivamente costituito da una parte di materia ed energia, e da una parte di coscienza, che da alcuni ricercatori è stata chiamata “la Mente di Dio”.

Secondo l’astrofisico e divulgatore scientifico Massimo Teodorani, con buona probabilità David Bohm fu lo scienziato che più si avvicinò a definire in termini fisico-matematici il quid che tiene insieme sincronicamente e creativamente l’Universo, aggiungendo all’equazione di Shrödinger (che descrive in termini probabilistici il moto dell’elettrone utilizzando una funzione d’onda), la nuova variabile del potenziale quantico; un campo di informazione che agisce istantaneamente e sincronicamente in maniera non locale, trascendendo lo spazio, in una unità senza tempo. In questo modo Bohm riuscì a trasformare la meccanica quantistica da teoria probabilistica a teoria deterministica. Il potenziale quantico si rivelò essere un’energia debole ma altamente informata in grado di dare forma ad una grezza energia “non formata”. Sembra che i meccanismi di derivazione quantistica siano situati nel vuoto subquantistico di cui parla il filosofo della scienza Erwin Lazlo, la sorgente della cosiddetta “energia oscura” che costituisce il 73% dell’energia dell’Universo.

Vuoto subquantistico, etere ed Akasha sembrerebbero essere corrispettivi dell’ inconscio collettivo teorizzato da Jung, concetto adottato con alcune differenze interpretative anche da Roberto Assagioli nella sua psicosintesi. Tutti questi termini sono riconducibili alla matrice dell’unità e della sincronicità dell’Universo.

La meccanica quantistica apriva ad una visione dell’Universo molto diversa da quella della meccanica Newtoniana, che risultò essere incompleta. Alla luce delle nuove scoperte l’Universo non poteva più essere visto come una collezione di oggetti fisici separati, ma come una complicata rete di relazioni tra le varie parti di un tutto unificato. Questa nuova visione è in armonia con la saggezza intuitiva delle principali filosofie mistiche orientali e col “pensiero astrologico”.

Se l’Universo così come viene descritto dalla nuova fisica è informato da un’energia intelligente ed è animato da un progetto evolutivo, ne consegue che anche la nostra psiche in qualche modo deve interfacciarsi ad esso ed esserne “informata”. Roger Penrose scoprì che gli effetti di computazione quantistica avvengono nei microtubili presenti nei neuroni del cervello, dove per effetto del collasso della funzione d’onda si generano momenti di coscienza. Jung descrisse questa dialettica psiche-cosmo sotto forma di scambi di informazione tra inconscio personale ed inconscio collettivo che vengono mediati da archetipi di grande significato simbolico. La capacità di entrare in relazione armonica con le leggi universali a livello individuale, secondo Jung, sarebbe l’esito ideale del processo di individuazione, attraverso il quale, tramite l’interpretazione degli archetipi e la loro azione, attraverso i sogni e gli eventi sincronici, l’inconscio personale e l’inconscio collettivo si integrano in un’identità transpersonale chiamata Sé, che trascende l’ego.

Il termine archetipo è originato dall’osservazione da parte di Jung di strette somiglianze tra i contenuti della vita psichica (ed in particolare onirica) di ogni individuo, i contenuti della vita psichica degli altri, e quelli dell’immaginazione umana in tutte le sue varie manifestazioni, con particolare riferimento ai miti.

Gli archetipi sono per Jung al contempo: forme a priori che organizzano l’esperienza, ordinatori di rappresentazioni e modelli di comportamenti innati. L’inconscio collettivo, secondo il suo punto di vista, si può distinguere in negativo rispetto a quello personale perché al contrario di quest’ultimo non deve la sua esistenza all’esperienza personale. Secondo Jung i contenuti dell’inconscio collettivo, che sono prevalentemente archetipici, non sono mai stati nella coscienza e perciò non sono mai stati acquisiti individualmente, ma devono la loro esistenza esclusivamente all’eredità.

Trasponendo la sua visione della psiche al linguaggio astrologico Jung considerava i segni zodiacali ed i pianeti come simboli di processi archetipici che traevano origine nell’inconscio collettivo, e riteneva che i fenomeni sincronici fossero alla base dell’influenza dinamica esercitata dai corpi celesti del Sistema Solare sugli esseri umani, in relazione alla loro individuazione. Tale visione fu adottata dagli astrologi che accolsero l’approccio integrativo e centrato sulla persona proposto da Rudhyar, che da allora poterono avvalersi di un modello psicologico di ampio respiro coerente con il linguaggio mitologico e simbolico dell’astrologia, e di una teoria (quella sulla sincronicità) che rendeva conto dell’influenza energetico-informativa istantanea dei moti planetari sugli esseri umani.

Inoltre gli studi di Jung diedero dignità psicologica ai miti di cui il linguaggio astrologico è permeato. Da studi antropologici sappiamo che in origine l’uomo si percepiva come strettamente connesso all’ambiente e a livello cosciente non avvertiva alcuna separazione tra sé ed il mondo circostante, per questo i miti potevano essere considerati come l’ espressione del bisogno dell’uomo di sentirsi in contatto con l’Universo e con la divinità, e rappresentavano tentativi del genere umano di dare un ordine al cosmo e significato alla vita.

I pianeti visibili ad occhio nudo richiamarono l’attenzione degli uomini che su di essi proiettarono non solo le loro fantasie ma anche la loro natura, fu così che presero il nome delle antiche divinità e vennero loro attribuiti qualità e difetti “umani”. Secondo Jung l’inconscio collettivo è popolato da immagini, sogni e simboli comuni a tutti, da cui sono sorti i miti, le leggende, e tutte le storie e le tradizioni che hanno fornito significato all’essere umano e lo hanno guidato fin dagli esordi; gli dei delle antiche mitologie in ultima analisi possono essere considerati come archetipi che animano l’inconscio di ogni essere umano.

Dalla terza forza della psicologia l’astrologia umanistica mutuò l’atteggiamento di fondo secondo il quale l’individuo non poteva essere concepito come una sorta di macchina organica, riconducibile ad una moltitudine di comportamenti condizionati, come sostenevano i comportamentisti. E non poteva nemmeno essere concepito come un essere intrappolato in un perenne conflitto tra pulsioni istintuali ed influenza sociale, come sostenevano i primi approcci psicoanalitici. La psicologia umanistica vedeva l’individuo come un organismo integrale e creativo in grado di autorealizzarsi ed autodeterminarsi e di crescere verso uno stato ideale.

Così come la terza forza della psicologia si sviluppò in contrapposizione al determinismo delle prime due forze, l’astrologia moderna, umanistica e psicologica, nacque in contrapposizione alle posizioni più deterministiche dell’astrologia antica centrata sugli eventi e sulla loro predizione.

Nel suo periodo formativo Rudhyar fu influenzato anche dal pensiero di Roberto Assagioli, che come lui era teosofo ed amico di Alice Bailey; in particolare accolse l’idea dell’esistenza di un vero Sé, un centro di sintesi situato all’esterno della personalità, di cui il Sé personale poteva essere considerato un riflesso. Inoltre, come Assagioli, Rudhyar riteneva che il principio della sintesi operasse sia in modo limitato all’interno dell’individuo, che sul piano planetario e globale. A tal proposito Assagioli sosteneva che la psicosintesi poteva essere considerata come una forma personalizzata di una legge universale di sintesi.

Lo psicosintetista ed astrologo ad orientamento psicologico-evolutivo Mark Jones, nel suo testo “the soul speaks”, riporta che nel 1936 Rudhyar fu ospite di Assagioli e che in quell’occasione i due si confrontarono nell’interpretazione di diverse carte natali, scambiandosi opinioni e condividendo riflessioni astrologiche e spirituali. Pare che l’influenza tra i due pensatori fosse reciproca; in seguito Assagioli sostenne che il pensiero di Rudhyar rifletteva lo spirito della psicosintesi.

Nel suo libro Jones aggiunge che nel 2012 si trovava in Italia per un convegno di psicosintesi, in quell’occasione ebbe la fortuna di visionare l’archivio personale di Assagioli e fu introdotto in una stanza secondaria in cui vide tre faldoni contrassegnati dalla scritta “astrologia spirituale”; con sua grande sorpresa realizzò che contenevano centinaia di temi natali compilati a mano, accompagnati da precise annotazioni interpretative. Sempre in quell’occasione Jones venne a sapere che nella seconda metà della sua vita Assagioli studiò e praticò l’astrologia con dedizione, al punto che per lui sarebbe stata consuetudine consultare le carte di nascita dei suoi clienti come parte integrante del suo lavoro terapeutico con loro.

Le testimonianze della nipote di Assagioli, riportate sul testo di Paola Giovetti a lui dedicato, sembrano confermare almeno in parte queste affermazioni; Donatella Ciapetti sostenne infatti che Roberto era esperto di astrologia e che in certi casi “faceva l’oroscopo ai suoi clienti”.

Anche Jung aveva fatto ricorso all’astrologia nella sua pratica clinica ed in una lettera di “pubblico dominio” scritta al Prof. B.V. Raman affermò: “…poiché sono uno psicologo, sono interessato principalmente al modo particolare in cui l’oroscopo chiarisce certe complicazioni del carattere. In caso di diagnosi psicologiche difficili, normalmente faccio un oroscopo per avere un ulteriore punto di vista da un angolo completamente diverso. Devo dire che ho trovato molto spesso che i dati astrologici chiarivano certi punti che altrimenti non sarei riuscito a comprendere”.

E’ risaputo che Assagioli e Jung furono legati da un rapporto di amicizia e rispetto reciproco, e che tra di loro ci fu uno scambio epistolare che perdurò per un lungo periodo di tempo, di cui però purtroppo restano poche tracce. Penso sia degno di nota che i padri fondatori delle prime (e più importanti) scuole di psicologia del profondo spiritualmente orientate (la psicologia analitica e la psicosintesi), studiarono in modo approfondito l’astrologia al punto da farvi ricorso nella loro pratica clinica.

A quanto pare sia Jung che Assagioli avevano realizzato che il linguaggio simbolico dell’astrologia, se correttamente interpretato, poteva rivelare considerevoli informazioni sulla natura essenziale di un individuo, non solo a livello di potenziali dinamiche di personalità ma anche a livello animico-transpersonale. 

In seguito all’opera pionieristica di Rudhyar un numero sempre crescente di astrologi accolse l’idea di integrare il linguaggio astrologico con la psicologia (in particolare dinamica e transpersonale, ma non solo). A livello mondiale nacquero le prime prestigiose scuole di astrologia psicologica che formavano counselor astrologici, e le prime associazioni per terapeuti e counselor che nel loro lavoro integravano l’astrologia.

All’interno della moltitudine di approcci proposti dalle diverse scuole astrologiche, che si differenziano per metodologie interpretative e per il contesto teorico di riferimento privilegiato, è possibile rilevare una serie di assunti condivisi dagli astrologi moderni ad orientamento psicologico-evolutivo:

– il tema natale può essere considerato come una mappa simbolica della psiche, attraverso la quale è possibile ottenere importanti informazioni sul dinamismo psichico di un individuo, sulla sua “mitologia personale”, e sull’unicità del suo“progetto esistenziale” con le sue criticità e potenzialità;

– avendo a disposizione una mappa del Sé (il tema natale), l’astrologo può aiutare il cliente ad instaurare una migliore dialettica tra Io e Sé, relazione che è alla base della crescita personale, dell’individuazione e dell’autorealizzazione;

– l’astrologia è incentrata sulla qualità del tempo, che potremmo definire come la dimensione di significato che informa ogni particolare momento;

– tramite l’utilizzo di tecniche astrologiche che permettono di mettere in relazione il tema natale col progredire del tempo (transiti e progressioni, in particolare), l’astrologo può aiutare il cliente a comprendere come la ciclicità del suo sviluppo segua un ritmo e delle tappe ben precise;

– i conflitti (interpersonali o personali) emergono o vengono marcati in momenti particolari, sincronicamente in linea col significato simbolico dei transiti e delle progressioni del periodo, e col “progetto del Sé”. Lo stesso vale per gli eventi che possono essere associati ad una crisi; l’astrologo può aiutare il cliente a scorgere il significato e i motivi sottostanti e a far fronte, stimolando in lui l’autoconoscenza e la crescita personale.

Per approfondimenti:

– Capra Fritjof , Il tao della fisica, Adelphi, Milano (2006).

– Laszlo Ervin, La scienza e il campo akashico, Urrà, Milano (2009).

– Marinangeli Luciana, Risonanze celesti: l’aiuto dell’astrologia nella cura della psiche,

– Mazzoni Maria Teresa, Il mito e l’astrologia psicologica, Federico Capone, Torino (2012).

– Teodorani Massimo, Bohm – la fisica dell’infinito, Macro, Forlì (2006).

– Teodorani Massimo, Sincronicità, Macro, Forlì (2006).

– Teodorani Massimo, La mente di Dio, Macro, Milano (2009).

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